Il caso di Kitty Genovese: ignoranza pluralistica e diffusione di responsabilità

kitty_GenoveseCome mai le persone che osservano una violenza spesso non agiscono in prima persona a favore della vittima? Che cosa spinge un gruppo di persone a rimanere inerme davanti ad un delitto, pur essendo in maggioranza numerica rispetto agli aggressori?

Le risposte a queste domande sono state approfondite nel seguente articolo dove, vengono presi in considerazione alcuni studi di Psicologia Sociale che analizzano le motivazioni alla base dell’ inerzia sociale in situazioni di emergenza.

Catherine Susan Genovese, nota come Kitty Genovese, era una donna residente a New York, assassinata mentre stava tornando a casa sotto gli occhi di un intero quartiere che osservava il delitto alla finestra. La mancanza di reazione da parte di coloro che hanno visto la scena è stata oggetto di grande attenzione da parte dei media ed ha dato vita ad un filone di indagine psicologica che ha preso il nome di “effetto spettatore” o anche di“sindrome Genovese”.

Il 13 marzo 1964 Kitty Genovese rincasò in macchina molto tardi, parcheggiando a pochi metri dal portone d’ingresso dell’edificio. Fu quindi avvicinata da un uomo, Winston Moseley, che la accoltellò alla schiena per due volte. La donna gridò e le sue urla furono udite da alcuni vicini, che però non riconobbero subito quei suoni come richieste di aiuto. La durata complessiva dell’aggressione fu di circa mezz’ora: l’uomo abusò della sua vittima per lasciarla poi agonizzante a terra.

Le indagini della polizia rivelarono che all’incirca una quindicina di persone avevano avuto modo di sentire le invocazioni di aiuto della donna e di osservare parti dell’attacco. Molti riferirono di non essere stati consapevoli di aver assistito ad un delitto, pensando invece che si trattasse di un litigio amoroso o schiamazzi di ubriachi.

La storia di Kitty Genovese divenne subito un caso mediatico, in quanto descriveva un singolare fenomeno di apatia ed inerzia sociale di fronte ad un tragico evento, che si sarebbe forse potuto evitare se soltanto uno dei testimoni avesse chiamato subito i soccorsi.

A partire da questo drammatico episodio di violenza si è sviluppata una serie di studi e ricerche avviate nell’ambito della Psicologia Sociale volte ad indagare l’effetto bystander (effetto spettatore), che costituirebbe il fenomeno per cui soggetti spettatori di una situazione di emergenza tendono a non prestare aiuto se altre persone sono presenti. La probabilità che venga offerto aiuto è stata in passato considerata inversamente proporzionale rispetto al numero di spettatori; in altre parole, maggiore è il numero di spettatori e minore è la probabilità che uno di essi si attivi a prestare soccorso.

Gli psicologi sociali Bibb Latanè e John Darley hanno sviluppato una serie di studi sul perché le persone possano rimanere inermi e tendano a non agire se poste di fronte a situazioni di emergenza, arrivando ad elaborare i concetti di ignoranza pluralistica e di diffusione di responsabilità.

Coloro che osservano una violenza, tendono a monitorare le reazioni delle altre persone per vedere se gli altri pensano che sia necessario agire. Dal momento che ognuno fa esattamente la stessa cosa (ovverosia nulla), essi concludono dalle reazioni degli altri che non è necessario attivarsi ad aiutare. Questo è un evidente esempio di ignoranza pluralistica.

La diffusione di responsabilità si verifica invece in quelle situazioni in cui, se si ha la consapevolezza di essere in tanti a poter agire in un contesto di emergenza, si tenderebbe a delegare agli altri l’azione. Questo fenomeno tende a verificarsi quando le persone si trovano in un gruppo relativamente grande, in cui la responsabilità non è stata esplicitamente assegnata ad uno specifico individuo.

Inoltre, la diffusione di responsabilità tende a verificarsi all’aumentare dei costi derivati dall’aiutare la vittima ed al diminuire dei costi correlati al non intervenire. In uno studio condotto da Pivlian e coll., uno dei risultati ottenuti ha dimostrato che le persone erano meno favorevoli ad aiutare una persona ubriaca perché i costi che derivavano da tale intervento erano considerevoli (ad esempio, il disgusto che tale persona provocava negli altri) e i costi associati al non prestare aiuto erano minimi, in quanto la persona veniva ritenuta in parte responsabile della situazione di emergenza. Anche le caratteristiche della vittima hanno la capacità di influenzare la tendenza di coloro che osservano la situazione ad intervenire.

In realtà diversi fattori giocano un ruolo importante nell’inibire il comportamento di aiuto in spettatori di una situazione di emergenza.

Ci sono anche altre ragioni per cui le persone possono non attivarsi ad aiutare. Potrebbero pensare che gli altri osservatori siano maggiormente qualificati di loro, come ad esempio dei dottori o degli ufficiali di polizia, e che il loro intervento non sia quindi necessario.

Le persone possono inoltre risentire dell’ansia di essere valutati e possono temere di perdere la faccia di fronte agli altri.

Possono inoltre avere il timore di essere surclassati dall’azione di persone più brave ad aiutare rispetto a loro, di offrire assistenza in situazioni in cui questa non è richiesta o ancora di andare incontro a conseguenze legali o pericolose se non in grado di far fronte alla situazione.

Gli osservatori di una violenza hanno la paura di mettere in atto interventi sproporzionati rispetto a quello che richiederebbe la situazione oppure finire per fare la cosa sbagliata.

Latane e Darley espongono i cinque passaggi mentali che le persone compiono prima di aiutare qualcuno in situazioni di emergenza:

  • notare l’episodio di violenza o emergenza;

  • codificare tale episodio come una situazione di emergenza;

  • assumersi la responsabilità dell’intervento. Questo passaggio è influenzato dal numero di osservatori, così come il senso di responsabilità degli osservatori è indirettamente proporzionale rispetto al numero delle vittime;

  • sapere come prestare soccorso;

  • implementare la decisione di intervenire ed attuarla.

Numerose ricerche hanno dimostrato che l’appartenenza di genere (maschio/femmina) ha un’influenza sulla probabilità che gli osservatori intervengano in soccorso o meno, questo a causa delle norme sociali e del tipo di intervento richiesto dal contesto. Generalmente ci si attende dai maschi che si attivino a prestare aiuto durante le emergenze per via della loro forza e capacità di reazione. Inoltre, le persone tendenzialmente soccorrono la vittima se questa è femmina. Le donne sono considerate più deboli fisicamente rispetto agli uomini in molte società e non intervenire a loro favore sarebbe disonorevole.

Il tipo di intervento richiesto è un’altra variabile in correlazione con l’appartenenza di genere. Nella nostra cultura, gli uomini di solito assumono la responsabilità delle loro azioni se il tipo di intervento richiesto è diretto (ad ex. Spegnere un fuoco o salvare qualcuno che sta affogando) perché in questi casi è richiesta forza fisica, abilità ed esperienza.

Nel caso in cui si presenti una situazione in cui si deve riportare a qualcun altro quello che sta accadendo (ad ex. la polizia), solitamente sono le donne ad assumersi la responsabilità della situazione.

Concludendo, le ricerche nell’ambito della Psicologia Sociale permettono di affermare che, per comprendere meglio le motivazioni che stanno alla base di una mancata risposta di aiuto da parte di chi osserva un’emergenza, si devono tenere in considerazione molteplici fattori: dal numero di spettatori, alla loro appartenenza di genere, alle caratteristiche del contesto di intervento ed infine a quelle della vittima.